Visionario Notturno
Marco De Angelis, ventotto anni, pittore sulmonese, dimostra con questa selezione di opere di aver intrapreso un percorso difficile, scomodo, insidioso.
Ad un rapido sguardo d’insieme dei suoi quadri, ciò che subito sorprende favorevolmente, è che nei territori oscuri e inesplorati della sua ricerca, l’autore, pur trovandosi a rinunciare a qualsiasi appoggio o riferimento, riesce a procedere sempre con grande coerenza e profonda sincerità. La
sua mano non è per noi una guida sicura, ma il suo cammino e il suo studio (tematico, tecnico e formale) procedono con invidiabile determinazione in una direzione che ha già dato notevoli risultati, e che sicuramente farà molto parlare in futuro di questo giovane artista.
Il talento di Marco De Angelis non è quello del bravo ritrattista o del sapiente architetto: De Angelis è, fondamentalmente e prima di tutto, un visionario. Non esprime dichiarazioni, con 1e sue opere: non può e non riesce a fornirci delle risposte dal suo punto di vista: piuttosto ci accompagna in paesaggi dai contorni incerti, che lentamente agonizzano nell’oscurità più totale. Questo perché, a mio avviso, De Angelis è un visionario “notturno”: non sono la luce del giorno, 1a sensualità della natura o le geometrie della metropoli il punto di partenza della sua immaginazione, quanto piuttosto l’ombra più scura, la notte senza luna, 1’isolamento che l’uomo raggiunge ad occhi chiusi.
Nell’osservatore, quadro dopo quadro, si rafforza sempre più la sensazione che per questo giovane pittore i1 punto di partenza non sia la te1a bianca, nuda e vergine, da alimentare, riempire e completare con penne11ate che delineino forme e creino immagini. No: De Angelis parte da una tela che è nera: si immerge ne1 buio più assoluto, e da questo abisso che egli si rifiuta di considerare vuoto, riesce con una lotta fatta a colpi di luci sfumate ed incerte, ad estrarre paesaggi desolati, fortezze inaccessibili, nudi di donne inconoscibili; in altre paro1e, mondi che nell’oscurità sembravano inesistenti, e che invece 1’osservatore riesce a cogliere, approdando però ad un traguardo che, ahimè, si rivela essere soltanto parziale.
Il senso di sospensione, di precarietà, resta comunque, perché la 1uce di De Angelis non ci aiuta a conoscere il mondo, non riesce a svelare i particolari, a sondare i dettagli. E’ una luce destinata a soccombere, che svela l’esistenza e la consistenza del mondo, senza poterne indagare 1a sostanza. In questa mostra, appare evidente che 1a ricerca e la sperimentazione dell’autore siano approdate ad un bivio, a due possibili percorsi che attraverso le opere esposte vengono debitamente esemplificati.
Per un certo periodo, De Angelis ha modulato 1’oscurità da cui partiva, con colori accesi, scandagliando le infinite sfumature che dal rosso portano a1 giallo. Osservando le opere di questo gruppo, è difficile contenere una sensazione di sbigottimento e disorientamento: colori caldi e forti, che si diluiscono in onde fluide e pulsanti, vengono associati ad atmosfere desolate, di solitudine irreparabile. Il netto senso di calore di questa luce liquida, non si traduce quindi in sensazioni confortanti: la “visione” è troppo precaria e la spazialità è sconfinata, intorno al1’unica cascina, al1’albero spoglio, alla barca in lontananza; lo spettatore si trova costretto (senz’altra scelta) a prendere coscienza del vuoto da cui e circondato.
In tempi più recenti gli esperimenti cromatici di De Angelis sono approdati a scelte diametralmente opposte, ma questo senza il venir meno della coerenza formale di cui si parlava all’inizio. In queste opere la luce si fa più oggettiva, più fredda: il bianco sfumato di blu che ora squarcia l’oscurità
iniziale, non è più luce di un sole agonizzante o di un’alba incerta: è luce fredda, vergine, “artificiale”. La lotta contro le tenebre si fa più ardua: non ci sono più sorgenti naturali (per quanto sfumate), ma è proprio l’occhio del pittore a voler illuminare, discernere, “estrarre” dal vuoto (come il profilo
nero di una donna nell’oscurità, la cui esistenza è svelata è “raccontata” unicamente da una luce proveniente dalla finestra…).
Nelle opere presenti in questa esposizione, capita di frequente che da questa luce onirica ed innaturale, emergano nudi di donna. Questo è un altro tema caro a De Angelis, ma anche in tale ambito si nota una spiccata coerenza: i1 corpo femmini1e rappresenta un semplice elemento complementare, i1 rovescio della medaglia delle spazialità sconfinate di cui si è par1ato finora. La sensualità non è per 1’osservatore confortante, né consolante: vediamo solo parti di corpi destinati a rimanere anonimi, arti che compiono gesti innaturali e misteriosi, quando non sono abbandonati ad una stasi definitiva. E non si può certo parlare di vigore giovanile, perché anche stavolta la 1uce è appena sufficiente, il buio incombe da ogni direzione, e le forme femminili, a stento emergenti, diventano quasi luogo deserto dalle curve tortuose.
Agli osservatori attenti non sfuggiranno due opere (non a caso le più recenti) dove il nudo, pur esprimendo movimento, diventa marmoreo, statuario; stavolta 1’autore realizza 1’esatto opposto del buio: una luce bianca si distende sul vuoto assoluto. A1 di là della notevole fattura tecnica di questi due quadri, 1a chiarezza geometrica del tratto non fornisce risposte né certezze, non scioglie il senso di mistero; piuttosto rimanda ad una nuova osservazione de1le opere precedenti, più scure, certo, ma non per questo più inquietanti. La luce non basta a svelare il segreto del mondo: ci dice questo senza aggiungere altro, Marco De Angelis, esploratore silente, che per cogliere le proprie visioni chiude gli occhi, e comincia a scavare.
Roma, 2001
Paolo Paolantonio