Pitture

Opere 2013 – 2019

Anni di lavoro e approfondimento sul concetto e significato del transito delle soglie: dell’attraversamento, cioè, del confine, inteso come terra di mezzo, limen, luogo di coesistenza e sospensione degli opposti e quindi spazio di trasformazione. Mio interesse principale, infatti, è lo studio e l’esperienza del limite, partendo dal tratto stilistico di tipo tonale (nel senso di condensazioni successive di colori e di segni, ma anche di tecniche differenti sovrapposte), sino alla scomposizione – trasformazione dell’oggetto rappresentato. Si ha, dunque, lo “sfaldamento” della linea di confine, del margine segnato e definito dalla matita e la fuoriuscita del colore, all’esterno, in quella zona intermedia tra gli oggetti. Zona di nessuno, di passaggi e di contaminazioni: luogo dei transiti. La sfocatura qui non è solo opacità dell’immagine, ma pone l’osservatore dinanzi ad un nuovo contenuto che dà accesso ad una dimensione altra. Momento rilevante diviene il passaggio, inteso come spazio e tempo in cui accadono cose; siamo nella terra di mezzo, luogo di confine, di approdi e derive, nella linea di demarcazione tra i mondi della dualità più elementare: esterno e interno, dentro e fuori, passato e presente, in una dimensione sospesa tra il sogno ed il reale (Sul Lago Sinizzo, La città). E’ un lavoro sul viaggio, attraverso luoghi di genesi e di vita di forme e creature che vivono in questa frontiera e che appartengono al mio sottosuolo (Il poeta, L’approdo, Ritorno alla sorgente), paesaggi in divenire plasmati dalla labilità della luce del mio laboratorio – studio e dai miei occhi: uno è quello che osserva fuori la realtà che mi circonda e l’altro che è invece puntato dentro. Ombra non è negazione di luce o di verità ma luogo di nascondimento e annidamento di tante verità.

Non per nulla, secondo una certa tradizione filosofica, letteraria e poetica, una figura senza ombra non ha anima. L’ombra non è elemento povero di una composizione, è luogo d’interrogazione, di ricerca. Attraverso sovrapposizioni cromatiche differenti, cromìe che vengono da diverse parti di una storia, si crea una sospensione: la fragilità delle apparenze ci spinge a completare il riconoscimento della forma, peculiarità di chi vive nella terra di mezzo. Si può parlare di opera aperta: rendere possibile il necessario e finale processo di composizione da parte dello spettatore, poichè la necessità di dare una forma e un significato alle cose significa essere vivi. Nei luoghi d’ombra, dove è facile smarrirsi, lo spettatore deve ricostruire l’immagine, che non è presente palesemente sulla tela ma che è nascosta, forse precedentemente presente, ma che ora va rintracciata perché già trasformata in altro. Lo spettatore, con gli occhi e la mente, cerca nuove forme o immagini sulla superficie pittorica e dentro la propria memoria, attraverso un percorso di riconoscimento. Rendere presente un’assenza, dunque, quasi trarre dall’oscurità e dalla dimenticanza, l’assente. Le immagini richiedono uno sforzo “interpretativo”: è trasformazione e creazione, non c’è la grande luce dell’illuminazione divina, capace di scindere il bene ed il male. Questo crea un gioco di domanda e risposta nella ricerca di senso. L’ombra è anche luogo della dimensione inconscia, luogo non pensato lucidamente e irrazionale, di verità nascoste che non sapevamo di avere, ma che ci riguardano. Luogo di fantasmi, del regno dell’onirico, dei sogni che molto ci raccontano, aspettando il messaggero dell’altra realtà, di un altro regno, e che può svelarci tante cose (Presso il Villaggio di Ouarzazate, Isole, Notturno, Mare interiore). La serie dei Transiti, si arricchisce con la rappresentazione dei cammini, degli spostamenti di masse umane, spesso in luoghi di confine e, quindi, di trasformazione (Sul confine).

Come in un grande affresco dell’umanità: è il transito di reduci, sbandati, profughi, comunque persone stanche che camminano lentamente e sono quasi in procinto di fermarsi o cadere (Ritirata, Passaggi). Volti o corpi ammassati in uno spazio, in un campo o luogo di concentramento (Field, Cenacolo), che fuggono o si spostano cambiando le prospettive e mettendo in gioco diversi mondi (Fuga in Egitto, Prospettiva Nikolajewka, Contrabbandieri). Ho cercato di fermare l’attimo ed il peso in un cammino di ritorno: non l’immobilità o la staticità ma probabilmente un eterno movimento che sembra sempre essere lo stesso (come nell’installazione Piombi). Sono storie di uomini (Davai, Nella notte), che l’immagine cerca di fermare in un presente eterno: le figure sono così “cristallizzate” nello spazio, e non vogliono essere dimenticate. Storie di ombre che si incrociano e si allungano nel presente, perché molto della storia dell’umanità si ripete.

Sulmona, giugno 2019 – Marco De Angelis

La maggior parte dei lavori nasce durante le mie veglie notturne e trance diurni. Lavoro molto nel passaggio dalla notte al giorno, quando davvero non sono nè sveglio, nè tantomeno addormentato. Il risveglio, dopo il bagno di sonno, avviene in maniera impercettibile, il sogno si fa realtà e la realtà acquista le atmosfere crepuscolari del sogno. Isole, coste lontane che appaiono agli occhi del viaggiatore-vivente, orizzonti perduti e immagini che fuggono via, apparenze e fantasmi, racconti e incontri sono luoghi realmente vissuti attraverso i colori, le mani, la pelle, cioè l’anima. Veri come i tramonti rossi del nord e le nebbie dell’Africa.

Il mare è increspato e si trasforma in una baia placida il mattino presto, quando puoi ascoltare appena appena il mormorio dell’acqua che lambisce il piccolo molo di legno fradicio. Le infinite molecole o gli impercettibili atomi che volano nella luce che traspare dalle finestre e l’aria si fa satura e carica di elettricità. Ci sono dietro i tetti di Parigi, o la spiaggia dell’Oceano, gli alti faggi del bosco e la casa nascosta. Lei riscalda le pareti di una stanza che è un luogo dentro e lì si disvelano i misteri dell’uomo e della natura. Perchè anima è stessa cosa di corpo e natura e dio.

Sulmona, 2012 – Marco De Angelis

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