Sostare sul confine
È dall’oscurità che sfuma nel chiarore del giorno, è dalla veglia più lunga quando varca la soglia del sogno che nasce la pittura di Marco De Angelis.
Passaggi. Transizioni dello sguardo e della mente a penetrare confini, ad esplorare la dualità molteplice e permanente in cui si imbatte ed evolve il percorso dell’uomo. Sospendendo la scelta, però; scegliendo il margine tra i mondi delle opposizioni, spazialità labile e inattesa, nella quale è necessario sostare.
Se l’esperienza del limite è connaturata all’esistenza umana, De Angelis se ne fa coscienza vigile e visionaria che si addentra nei significati perduti, nella sostanza sfuggente eppure reale della sua dimensione più profonda, che ci invita a riconoscere con lui: il limen – la frontiera, l’ingresso – luogo ideale della trasformazione; il punto della soglia, ritrovato nella consistenza di spazio sacralizzata nelle più antiche culture, “tempo” vero della conoscenza, del giudizio, della risoluzione, nel quale configuriamo il nostro destino.
Vicino al suo orizzonte, il limite è area indefinita ma certa di libertà, di timori, di occasioni, dove un territorio e l’altro sfumano i propri contorni ma più chiara è la visione.
Fermarsi, avanzare: si può scegliere, incontrando la soglia, di percorrerla dentro, abbandonandosi alle possibilità espansive offerte alle nostre risorse.
Questa la sensibilità veggente e l’urgenza dell’artista che al tema del passaggio ha consacrato da molti anni la sua ricerca, informandovi lo stesso studio tecnico e formale.
Così, i colori velati e mutevoli dei paesaggi, soggetto ricorrente in ampie serie di opere, non segnano solo la sua fascinazione verso fenomeni ottici peculiari ma sono fissa meditazione sulla luce che incontra la sua assenza.
E le foschie, che con sapienza di procedure – che siano le stesure liquide o le sfregature dei pastelli – svaporano le linee di separati universi, profilano il fermo invito ad attraversare, ma tardando il cammino, seppure avvolti dalla bruma: il sogno divinatore che ci permette di vedere.
Un percorso difficile, senza uscite sicure, quello di De Angelis, che proprio nel ricorso alla sfocatura dichiara che il suo impegno non è situato all’interno di una mera riflessione stilistica, che pure lo coinvolge, o di portato simbolico.
La sfocatura è scelta di più complessi effetti per i quali l’immagine si carica di nuovi contenuti che accedono direttamente ad una dimensione altra.
Eventi accadono quando si passa la soglia, sospesa è ogni opposizione: la contemplazione sa addomesticare i fenomeni, aiuta la direzione, che le sembianze degli incontri prendano il volto di paralizzanti fantasmi (La llorona), di dolorose memorie (Prospettiva Nicolajievka), o di ombre incantatrici affioranti dalla reminiscenza (Canto nel dormiveglia).
Percorsi di un lavoro psichico e del colore particolarmente concentrati, nell’ultimo periodo, su esperimenti che accennano ad imprevisti esiti di luce e di distensione, dopo le molte prove dell’ombra (Terra, mare, sole, aria; Nudo; Oltre la casa bianca).
Può accadere, se il passaggio è guidato; se la soglia ha i suoi benevoli custodi.
Ed ecco allora le maschere dai bordi aperti verso lo spazio, le argille come abbozzi ingranditi, figure tutelari generate dall’artista che alla scultura si rivolge come ulteriore dispositivo in cui cercare l’equivalente della sua ricerca pittorica.
Ora la zona insidiosa e affascinante del confine è protetta, eschatià percorsa dai suoi indicatori sacrali.
È deciso, ma soave e struggente, il richiamo di Marco De Angelis, messaggero di un altrove che parla alla nostra sostanza terrena per ricordarci la storia celeste della sua dimensione.
Sulmona, 2014
Italia Gualtieri