Nudi Universi

Gli occhi.

Le mani e gli occhi.

Nel muto dispiegarsi di un cammino solitario, attraverso nudi universi.

Ciò che Marco De Angelis ci offre in questa raccolta è qualcosa che va molto al di là di una selezione di opere: è il racconto di un viaggiatore che non crede più nelle parole, il canto di chi si vede ascoltato solo da nubi incerte e vuoti aloni di luce.

Non mi pare di avere tra le mani un catalogo, ma il resoconto di un viaggio e, insieme, un gesto d’amore, declinato con disarmante sincerità ma a labbra chiuse.

Questo viaggio viene compiuto attraverso la luce e il colore, con gli occhi e con le mani.

Forse Marco è giunto fino alla profondità delle cose spinto da una sensibilità incorrotta, o forse il lato profondo delle cose è da sempre la naturale dimora del suo sguardo; di sicuro, il suo cuore, troppo lontano dalle menzogne consolatorie e dai compiacimenti retorici, non sa e non vuole staccarsi dal paesaggio.

Poco importa se il vuoto su cui ci muoviamo sia interrotto da montagne irraggiungibili o da superfici liquide, se un mondo incerto affiori da enigmatici equinozi o da un breve alone di luce che parla solo della cruda finestra cui si accosta una donna sconosciuta: osserviamo queste opere ed entriamo a contatto con un paesaggio, con un’idea di mondo.

È da qui che si fa strada la sincerità di Marco e, se mi viene da parlare di mani, è perché in questa pittura tutta tesa sul nulla il colore diventa una materia inesauribile eppure docile.

Le tinte sono a volte calde, a volte glaciali; dense trasparenze notturne si alternano a fragori cromatici dove la forza del sole si fa quasi insostenibile, ma sempre mi pare di scorgere, accanto all’intuizione del visionario, un gesto che è sanguigno e insieme accurato, amorevole e al tempo stesso sicuro.

In questa pittura sfuggente e silenziosa è sempre chiaramente percepibile il lavorio di mani assidue e il colore, piuttosto che distribuito sulla tela, sembra manipolato nello spazio.

Ecco allora che affiora una fortezza tuffata nella nebbia; ecco spuntare una densa macchia rossa, enigmatica come Itaca, o un contorto ritmo di slanci verticali che ci rivela un bosco di faggi; un’improvvisa lastra di bianco purissimo, altrove, è il letto cui volge le spalle una figura femminile.

Potrei andare avanti a lungo.

Credo però che l’arte di Marco non abbia bisogno di parole e non mi pare che a generarla siano esigenze di tipo concettuale.

L’osservatore acuto troverà motivi di riflessione già solo nello scoprire che queste visioni traggono origine tanto da luoghi immaginari quanto da scorci non lontani dalla terra d’origine del loro autore.

Tutto il resto, le forme e i colori di questi nudi universi, ci viene svelato a labbra chiuse.

Roma, 2001

Paolo Paolantonio

Napoli, 1997
Fabio Esposito