L’opera al blu: paesaggi del visibile e dell’invisibile

“L’origine ama nascondersi”

Il blu è un colore primario. La luce lo evoca con una lunghezza d’onda tra i 450 e i 495 nanometri. Dispositivo di mistero e astrazione spirituale, ha storicamente eluso ogni facile addomesticamento. È il grande assente delle origini: ignorato quasi totalmente nel paleolitico e dalle civiltà classiche, ottenne riscatto con gli Egizi come colore sacro, nel paramento guerriero dei Celti, come simbolo di nobiltà e sangue e nel manto virgineo, spirituale e teologico. Densa, elusiva e misteriosa, la natura del blu è sfuggita ad una facile comprensione da parte dell’uomo e ciò forse spiega lo scarso interesse delle civiltà antiche nel suo utilizzo, dove trionfano rosso, bianco e nero: ovvero sangue, latte e oscurità. Con i trattati rinascimentali il blu diviene il “più perfetto dei colori”. Ricco, esclusivo e regale, la sua fortuna critica si avvia su ben più positivi riscontri; tuttavia nella tensione tra la materia e l’invisibile che si gioca ancora la sua vera partita e si cela la sua essenza così misteriosa. Nel feroce dibattito sulla teoria dei colori tra Goethe e Newton  non ci addentreremo: ovvero se siano materia, luce o categoria sociale, ma prendiamo in prestito la frase “la scienza è nata dalla poesia; torneranno a incontrarsi su un piano più alto” per presentare i nuovi lavori di Marco De Angelis.

Con “L’opera al blu: paesaggi del visibile e dell’invisibile” Marco De Angelis presenta la sua ultima ricerca artistica (2020 – 2026). Il compito che da odierno Zenone ha deciso di intraprendere è quello di sollevare con matite, setole e pennelli i lembi del margine, del portale tra mondi, dei paesaggi visibili ed invisibili: questo il tema principale della sua ultima produzione, che conserva radici antiche.  L’intento è esplorare, illuminare, svelare l’ultimo lembo di una realtà che lascia presagire molteplici piani di osservazione, paesaggi e traiettorie immaginate, campi reali e immaginifici, spazi dell’anima. Dopo “Transiti” e “Finisterrae,” nei suoi ultimi lavori ritorna, declinato nei toni mistici del blu, lo sfumato del contorno, il velo e la dissolvenza, l’enigma e l’evocazione. Le immagini sfocate sono dense di sogni, malinconia, rivelazioni e presagi, in una ricerca che non è esercizio stilistico fine a se stesso, ma ben preciso modo di condurre pensiero e pennello: “solve et coagula”, come suggerisce un motto alchemico. Si rincorrono cieli tersi e nitidi,  azzurri freschi e allegri, laghi profondi e densi, montagne avvolte da nubi mutevoli, alture dell’anima, avvolte in scenari misteriosi che perdono di ogni identità geografica. 

“Il mistero si protegge da sé”: come ci indicano i culti orfici ed eleusini, l’esperienza del divino è talmente indicibile che le parole si aggrovigliano, si inceppano e stentano nella sua comunicazione, l’essenza profonda resta inaccessibile. De Angelis dipinge con occhio volutamente sfocato una frazione immaginata di questo stato di grazia e contatto: tutto è accaduto, accade e accadrà. 

Coerente con questa ricerca è persino il momento in cui decide di lavorare: “La maggior parte dei lavori nasce durante le mie veglie notturne e trance diurne. Lavoro molto nel passaggio dalla notte al giorno, quando davvero non sono né sveglio, né tantomeno addormentato”. Il mondo onirico, il sogno, è per eccellenza il luogo in cui i confini tra i mondi si dissolvono, la porta è socchiusa e si è pronti a recepire i messaggi. Marco De Angelis riesce in quest’opera con metodo alchemico o per meglio dire, da pittore d’altri tempi. Nel suo studio è infatti possibile rintracciare ancora i sentori dell’antico mestiere di bottega, quando si maceravano i pigmenti nel mortaio, si sperimentavano materiali come il nerofumo o la fuliggine, si imparava a condurre la preparazione a gesso e colla e si cuocevano frattaglie di coniglio per ricavare un buon legante da impasto. La “grande Opera” non era quindi condotta solo nell’azione esatta del dipingere, ma anche nel percorso cognitivo dell’artista, spinto a sperimentarsi nell’uso dei materiali e della personale attitudine. De Angelis sceglie questo antico processo non come attività secondaria del mestiere, ma come parte fondamentale di quel sapere tecnico-operativo che consente di acquisire gli strumenti per muovere pensiero e mano nelle terre del mistero. 

“I confini dell’anima non riusciresti a trovare, per quanto cammini percorrendo ogni strada: così profonda ne è la misura”: Eraclito suggerisce quanto difficile potrebbe essere questa ricerca. Un confine può infatti chiudere, arginando la propria voglia di conoscenza, o aprire permettendo la ricerca nell’infinito. Dopo i lavori di Finisterrae, intenti a ragionare sul concetto della soglia, il percorso di De Angelis si rende ancora più coraggioso e spirituale: il limite è stata superato e l’immaginazione è libera di immergersi nel mistero, dove piani infiniti e cangianti del blu ci attendono per restituirci una frazione dell’origine, del divino, dell’oltre. Una dimensione così sottaciuta e mortificata nei tempi contemporanei, ma che arde nel “fronte di fiamma”, sino alla combustione completa che accompagna ogni metamorfosi spirituale. 

Lo psicologo junghiano James Hillman, analizzando l’autobiografia del genio del jazz Miles Davis, rintracciava nella memoria di una fiamma blu l’archetipo dell’andare oltre e della scintilla dell’anima: «Il primo ricordo di Miles Davis è legato a una fiamma blu che saltava fuori da una stufa […]  Ho sempre pensato e creduto fin da allora che i miei movimenti avrebbero dovuto spingersi in avanti, oltre la sommità di quella fiamma”. Ancora Hillmann: «La fiamma blu attira a sé le cose e le consuma, mentre il candore fiammeggia costantemente. Il blu distruttivo e il bianco appartengono allo stesso fuoco. In virtù della sua stessa inerenza alla nigredo (l’opera al nero), la fiamma blu è in grado di consumare l’oscurità di cui si nutre».

Non sfugge a questa poetica orientata verso la dimensione più eterea il contraltare naturale ed elementale della fiamma blu, ovvero la materia grezza e densa del mondo più prosaico, abitato da guerre, interminabili migrazioni e dolori, fame e disperazione. Governatore di questa dimensione è il piombo, il metallo più imperfetto, freddo e opaco: De Angelis lo inserisce alternato al cemento, nelle installazioni della serie “Cammini” e nelle litografie, affollate di processioni umane immerse nell’oscurità e cariche di tutti i dolori del mondo. A queste installazioni è affidato il racconto di questo viaggio appena iniziato, del passaggio dalla nigredo all’albedo, che permetterà alla materia di non rimanere intrappolata. 

«All’inizio non c’è nulla, poi c’è un nulla profondo, poi c’è una profondità blu» (Yves Klein): nel tornare ad osservare questa fiamma, nel rintracciare questa eterna origine, nel tornare figli di questo fuoco, affrontando un universo sconosciuto, prosegue il viaggio poetico di Marco.


Francesca Ferzoco
Storica dell’arte