Il sentimento, oltre i limiti della percezione
È certo molto più di una reiterata coartazione, diciamo una sorta di tormentosa pulsione metodologica ed espositiva, quella nostra di premettere ad ogni tentativo di argomentazione, catalogazione e giudizio critico un abbozzo di riferimento scientifico (o anche presunto tale), una sorta di puntello per un azzardato tentativo di analisi che, affrontata alla nostra modesta conoscenza, al solito risulta infine aggiuntiva quanto provvisoria e comunque del tutto personale.
È necessario altresì, nel caso dell’arte, decodificare gli elementi linguistici e filosofici di riferimento: ispirazione, emozione, motivazione e soprattutto percezione.
In particolare i limiti della percezione, come primo movente dell’emozione e della motivazione, devono necessariamente far riferimento, per la necessaria interpolazione in questa sede del concetto di “urgenza espressiva”, alle cosiddette soglie inferiori assolute (cfr. Remy Droz, 1980). È un affascinante dilemma scientifico, oltre che filosofico, quello relativo alla definizione dell’intensità minima di un segnale fisico che scatena una risposta da parte del soggetto e ne rende possibile la percezione.
Il fenomeno, che opera nella elementarità delle cose, è tanto più significativo e determinante nel caso della percezione (ispirazione?) artistica che, espressione-limite del concetto, è pur sempre modulata da “… aspetti conativi o energetici della personalità”.
Accostiamo dunque, senza la cogenza di una ortodossia analitica o pastoie metodologiche (ma servendoci solo di elementari afferenze sensitive raccolte in forma randomizzata, per così dire), questo enunciato scientifico proprio a quanto Marco De Angelis premette alla presente sua prima esperienza di catalogazione e di rappresentativa, quasi esaustiva, silloge iconografica.
E ciò solo per avere ulteriori e interessanti, diretti elementi di conoscenza e di analisi.
Citiamo Marco con una lettura “schizomorfa”:
“… il sogno si fa realtà e la realtà acquista le atmosfere crepuscolari del sogno… immagini che fuggono via, apparenze e fantasmi… puoi ascoltare appena appena il mormorio dell’acqua che lambisce il piccolo molo… Le infinite molecole o gli impercettibili atomi che volano nella luce che traspare dalle finestre e l’aria si fa satura e carica di elettricità.”
È di fatto una sofferta auto-decodificazione, un onesto ancorché audace tentativo dell’Artista di anticipare in forma dialettica, per una sorta di pudore esegetico, i temi e le formulazioni espressive del suo lavoro, di porgere (tanto è forte il legame con la tela) una ulteriore chiave di lettura, un possibile (aggiungeremmo disperante) codice analitico.
E ciò appone un nuovo sigillo di onestà, di forte rigore etico, di coerenza espressiva alla interessante ricerca pittorica del Nostro.
La pittura di Marco De Angelis naviga già da tempo in mare aperto (ove si trova drammaticamente ad affrontare i “limiti della percezione”). Ha lasciato la tranquillità nel porto delle certezze apparenti; ha già recepito che “segno e colore non hanno espressione né definitiva né totalizzante” e deve ora affrontare il travaglio e la prima crisi di instabilità ispirativa (il “farsi-disfarsi che genera alfine ricerca ulteriore oltre che nuova, transitoria stabilità”).
La visione anche “distratta” delle opere evidenzia a tutta prima un elemento, essenziale per un tentativo di valutazione formale, di inquadramento stilistico (per quanto ciò sia possibile con la disponibilità attuale di strumenti di una estetica “modernamente aggiornata e comunque utile”): lo svaporamento dei contorni, ancor più accentuato d’un tempo e con-fuso, per così dire, nell'”allagamento” cromatico, domina fortemente l’impianto complessivo dell’iconico superstite.
L’ulteriore equilibrio è sorretto quasi in forma residuale da lacerti figurativi stremati: brandelli di natura, minimali profili di città, abbozzi di ambienti e soprattutto, in forma però nettamente più autorevole e definita, nudi donna in interni (nuda la donna come i “nudi versi” della riproposta linea figurativa di Marco).
L’immagine femminile è di fatto l’unico elemento di retaggio espressivo atteso e possibile, l’ancoraggio più elementare (ma anche più fortemente connotato nella semiotica) al mondo degli umani, l’eterno e romantico ancestro (“Lei riscalda le pareti di una stanza che è un luogo dentro e lì si disvelano i misteri dell’uomo e della natura”).
Si ha comunque la sensazione che l’Artista soffra non poco lo scollamento dalla percezione primaria della scena.
La “sincromia” dell’insieme, quella sorta di compenetrazione e commistione dei toni e delle essenze, avviene a scapito di un impianto disegnativo che, quantunque minimale, sembra costantemente riemergere in chi osserva, almeno nella dimensione degli “eidola” e dell’immaginario.
In particolare l’evidenza materiale (che è poi quella direttamente evocativa, a prescindere dalla percentuale di “figurativismo” della composizione in oggetto) si propone con insistita (e sospetta) iterazione per due elementi-simbolo, pur prescindendo dall’altrettanto ricorrente e citata immagine di “donna in interno” (Interno nudo, La vita segreta, La finestra, Luce e sogno, La stanza onirica, La canzone dei due soldi), che abbiamo già detto di appartenere ad un repertorio poetico elementare e primitivo dell’Artista e comunque di sfuggire, per necessità, a questo minimale tentativo di “catalogo aggiornato dei simboli”: il bosco e il mare/porto.
Il primo elemento (Sogno: nel bosco fatato, Ombra di paesaggio, Il bosco svelato, Tra i faggi, Bosco nel Sirente) incarna e motteggia presumibilmente le frequentazioni ambientali del Pittore oltre che le sue stesse origini.
Il bosco inoltre si pone in una condizione paratattica rispetto alla figura della donna/madre: esso accoglie l’Artista in un confortevole “ventre caldo”, ne ottunde le inquietudini, discioglie il tormento quotidiano nel mentre offre agli occhi una stessa risoluzione visiva appagante: quel “con-fuso cromatico e disegnativo” che riconduce genericamente ad espressioni grafiche primitive (o, per altri versi, richiama l’evocazione psicodinamica dei Rorschach) ed è comunque tale da non estenuare oltremodo i sensi.
Bosco che è luogo simbolico e luogo sacro per i primitivi (ed è obbligatorio porre qui il rimando che l’arte è essa stessa espressione di una sorta di “primitività” o riferimento assoluto, se più vi piace!).
Il secondo topos (Il porto sepolto, Scomparsa navigazione, Alba sul Mediterraneo, Lungi da approdi. Itaca. L’isola, Alba e Porto piccolo) attiene il mondo marino (e fornisce esplicitamente delle indicazioni di analogo rifugio intellettuale: il porto, Itaca).
Esso è di fatto una sorta di esaltata parafrasi del primo, ove utilizza l’elemento acqua per proporre la medesima dimensione sensoriale, la stessa risposta alle stesse urgenze.
Il contesto figurativo, tecnicamente sovrapponibile seppure reso più decisamente su linee orizzontali e con una minore “de-costruzione” del colore puro, pare qui indicare un più forte appagamento dei sensi o pure una tensione mnemonica meno conflittuale.
Del tutto incidentali (e non solo in quanto poco frequentati), ai fini di una lettura simbologica, appaiono invece essere altri soggetti o fonti ispirative, esemplificati in alcune opere: Papaveri, Atmosfera prima del temporale, Il sole bianco.
La distanza interpretativa di questi dai temi-simbolo è comunque minimale, dal momento che vi insiste costantemente un elemento-guida tale da ricondurne l’analisi contenutistico-ispirativa ad una sorta di escatologia parziale e ai suoi oggetti specificamente rappresentativi: l’acqua, l’elemento arboreo, l’indefinibile profilo degli orizzonti.
Le stesse considerazioni offre quella sorta di tentativo di “dilatazione” degli spazi di osservazione e di analisi al punto che alcune definizioni (Orizzonte, Meditazione, Crepuscolo) appaiono piuttosto una forma di sintesi concettuale e didascalica piuttosto che una precisa identità pittorica e quindi cognitiva.
Una analisi ulteriore ci porterebbe lontano, forse in una dimensione enciclopedica e ciò non sembra essere né ammissibile né utile, trattandosi in questa sede dell’opportunità di formulare soprattutto delle considerazioni “affettive” nei confronti della pittura (ricerca?) di Marco De Angelis che confermiamo, alla luce di questo aggiornamento iconografico, “… artista sincero e credibile”.
Abbiamo tentato, con lo stesso affetto che ci ha guidato in questa modesta analisi, di fornirgli delle stimolanti impressioni (piuttosto che degli inutili consigli).
Che dire ancora?
Non è facile, come indicato da Hubert Damisch, porre una qualsivoglia condizione di oggettivazione o anche di codificazione antropologica quando si parla di arti.
Quello che è certo (e questo è un complimento) è che il nostro giovane pittore si è provato con grande impegno e riconosciuta efficacia a riempire (di fantastiche espressioni cromatiche e luministiche) il “luogo vuoto”, ma comunque “luogo delle necessità”, che nel cerchio o nel sistema delle conoscenze tradizionalmente intese (e l’arte non è conoscenza tout court!) è quello riservato alle pratiche dette artistiche.
Vale qui, per Marco quanto per tutti, per l’arte come per la vita (e l’arte, della vita, è solo una scintillante metafora) un concetto antico e saggio: l’uomo concorre con tutti i suoi simili all’aggiornamento della sua storia ed il valore della sua umana specificità si coniuga a metà fra la coerenza delle azioni e la profondità del suo stesso “sentire”.
Auguri Marco
Pescocostanzo, aprile 2012
Pasquale Del Cimmuto