DAVAI Storie di cammini e di transiti umani
(testo critico della mostra così intitolata che ha avuto luogo a Pescara nel mese di marzo 2019)
Spostarsi a piedi da una parte all’altra del globo è sempre stata una specificità del genere umano, in quanto bipede. Per secoli, popolazioni di diverse etnie hanno attraversato interi continenti, da
Oriente a Occidente, da Sud a Nord del mondo, alla ricerca di un luogo sicuro in cui stabilirsi, in fuga dalle carestie, dalla guerra, dalla povertà. Altri invece hanno intrapreso il cammino, loro malgrado, per fare ritorno a casa da una trincea, da una battaglia, da una guerra.
Da qui l’idea di un progetto espositivo per l’Aurum di Pescara dell’artista abruzzese Marco De Angelis che ha scelto la parola essenziale “Davai” come titolo: fonema universale, comprensibile ovunque, che in russo significa appunto “dai vai!”, “forza Cammina!”, esortando a procedere in avanti, senza
mai fermarsi, nonostante la stanchezza fisica o mentale, a resistere fino allo stremo delle forze.
Facendo riferimento a questo concetto, i lavori presentati si inseriscono in un più vasto ciclo “Transiti” – dedicato ai cammini dell’uomo – su cui l’artista lavora da alcuni anni: descrivono paesaggi desolati, privi di punti di riferimento, in cui è facile smarrirsi, perdersi nel nulla. Scenari in cui camminano esseri umani provenienti da ognidove: reduci, profughi, sfollati, persone stanche che procedono molto lentamente e che a volte sembrano essere in procinto di fermarsi o di cadere.
Tra i lavori proposti anche l’installazione “Piombi” con cui De Angelis ha cercato di fermare l’attimo e il peso in un cammino di ritorno (citazione storica della sconfitta italiana in Russia, nel 1943). Intenso ricercatore artistico e dell’animo umano, questo outsider dell’arte dal carattere un po’
schivo, rappresenta eventi comuni a tutti gli esseri viventi con una specifica tecnica di “sfumato” da lui stesso messa a punto con la pittura ad olio e tecniche miste, che gli consente di arrivare allo sfaldamento della linea di confine, del margine segnato e definito dalla matita, alla fuoriuscita del
colore e del segno all’esterno, nella zona intermedia tra soggetti e spazio circostante.
Un espediente tecnico che favorisce la creazione di immagini simboliche ed evocative che, ad ogni modo, non hanno l’intento di riprodurre la mera realtà – avvenimento storico o fatto di cronaca che sia – bensì far emergere dal suo “sottosuolo” (così l’artista definisce la dimensione inconscia citando
Fëdor Dostoevskij) aspetti più sinceri e autentici di se stesso come rimembranze, frammenti di sogno, immagini interne.
Inconsapevolmente, trasferisce sul supporto materico pensieri ed emozioni che appartengono alla sfera più intima, segreta: composizioni misteriose, a volte fiabesche e irreali, di sapore quasi simbolista, paesaggi interiori senza tempo che non hanno connotazione geografica, quale emblema universale della condizione umana.
Roma, marzo 2019
Stefania Valente